Un pò di storia, riti religiosi e tradizioni - Comune di Noicàttaro (Ba) Italia - Sito web istituzionale

Un pò di storia, riti religiosi e tradizioni - Comune di Noicàttaro (Ba) Italia - Sito web istituzionale

Un pò di storia, riti religiosi e tradizioni

 

Un po' di storia
a cura di Rita Tagarelli

 

Da 99m. di altitudine sul poggio di Trisorio, scende dolcemente verso il mare Adriatico, il territorio di Noicàttaro (44 Kmq.), abbracciato dai solchi dei letti alluvionali: la lama di S. Vincenzo e la lama Paradiso. Sul mare Noicàttaro ebbe una sua ridente frazione, Torre Pelosa, che annessa a Bari nel 1933, prese il nome attuale di Torre a Mare. Questo provvedimento fascista non solo mutilo' il paese della sua fascia costiera, ma snaturo' le origini della sua storia.

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Pare, infatti, - cosi' raccontano tutti gli storici locali - che, per difendersi dalle incursioni dei predoni dell'Illiria, proprio dalla costa adriatica un nucleo di pescatori e marinai venne nell'entroterra a fondare Noha (la Nuova) non molto lontana da Azezium, una fiorente città magnogreca. Come di rileva dal Codice Diplomatico Barese, Noha poi fu Noa e Noja, finchè il 1862, nel nuovo assetto del Regno d'Italia, si chiamo' Noicàttaro.
Una delibera del Consiglio Comunale, sulla base della lontana e accreditata tradizione orale, ricordando, appunto, la terra primigenia sul mare, la leggendaria Cattaro, fuse nel neologismo i due nomi di Noja e Cattaro. Recenti studi archelogici con saggi di scavi predisposti nelle grotte marine e rupestri documentano, attraverso un'ingente quantità di reperti, tra i piu' interessanti di tutta l'area balcanica, la presenza dell'uomo nel nostro sito già dall'era del Neolitico.
Nel Medio Evo Noja aveva gia' una struttura fortificata con castello circondato da fossato e da mura entro le quali nel XII-XIII secolo era una sorta di splendida chiesa in stile romanico pugliese, dedicata alla Madonna della Pace. Noja, pero', documentatamente, fu accomunata per parecchio tempo alle sorti di altri feudi piu' importanti, finche' nel 1592 con la dinastia Pappacoda-Carafa non divenne un Ducato.

A questo periodo si devono apprezzabili realizzazioni architettoniche, vedi la Chiesa del Carmine (foto a destra) e l'annesso Convento dei Carmelitani Calzati (foto sotto), introdotti nel paese da una decisa volonta' dei signori feudatari di incrementare un tangibile sviluppo religioso e culturale del popolo.
Si era appena da qualche anno dall'abolizione della feudalità (1806) che il paese fu colpito da una terribile epidemia di peste bubbonica (1815-16) che ne decimo' gli abitanti, riducendo i superstiti in estrema miseria morale e materiale. 

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Pur nel lutto, nel dolore, la forte tempra del popolo nojano trovo' nuove energie, nuove risorse per riemergere, a poco a poco, specialmente attraverso la mercatura, dalla sopravvivenza ad un vero e proprio benessere. Ma bisogna raggiungere gli anni 30-40 nel nostro secolo per parlare di radicale trasformazione economica del paese. L'impianto moderno della viticultura a tendone trasformo' la campagna in uno scrigno prezioso: l'oro dei chicci ambrati raggiunge oggi mercati sempre piu' lontani, ritornando in valuta pregiata che agevola una crescita civile e culturale.

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RITI  DELLA  SETTIMANA  SANTA  E  TRADIZIONI  CULINARIE

 

 La chiesa nella quale a Noicàttaro opera la Congrega della Passione e Morte di Nostro Signore Gesù Cristo è quella annessa al convento S. Agostino, sul ponte della lama all'estrema periferia del paese. Qui sono custodite e, fedelmente, vissute, sotto la guida spirituale dei Padri Agostiniani, le secolari tradizioni della Settimana Santa. Tutto il suggestivo cerimoniale, che ha il sapore un po' velato della sacra rappresentazione, è un atto di Fede del popolo nojano: né folklore, né religiosità delle tradizioni. Forse, risparmiarne ogni definizione ed evitare di circoscrivere gli ambiti della ritualità sarebbe più giusto. Bisognerebbe solo guardare con rispetto alla penitenza corporale dei crociferi, che va dai piedi nudi nel freddo della notte, lungo una strada, spesso battuta dalla pioggia, alla fatica di portare per ore il carico di una pesante croce che scava profondi, dolorosi solchi sugli omeri. Lo sconvolgente anacronismo, con cui i nojani celebrano la Pasqua, dunque, non è  espediente turistico, ma intima, sentita adesione al Mistero del dolore come riscatto dal peccato.

Dal momento in cui tacciono le campane, dopo la Messa "in coena Domini", i "colpi oscuri" scandiscono le tappe delle funzioni religiose in un arcano, mesto linguaggio. Sono un preciso richiamo alla devozione.

 

 Il crocifero

 

Esce dalla Chiesa della Lama nel buio della sera: a differenza degli altri, tanti altri, che dopo di lui, uno ad uno, intraprenderanno  per l'intera nottata del Giovedì Santo la faticosa penitenza per il Precetto Pasquale, egli è circondato da una folla di ragazzi con le fiaccole e "i trozzue" (le raganelle di legno). Il fracasso rievoca lo scherno della ciurma blasfema che seguiva Cristo tra i pretoriani.

Il crocifero, figura emblematica della Settimana Santa nojana, veste un saio nero, con un cappuccio si copre il volto ed il capo, porta una corona di spine, trascina al piede scalzo una catena di ferro, prende sulle spalle una croce. Nel più rigoroso silenzio, va di chiesa in chiesa. Sul portale, ad ogni sosta, depone il suo grave fardello per essere libero di flagellarsi con la catena che gli ha impacciato il passo ed ha torturato la caviglia. Attraversa in ginocchio la navata centrale, fino all'altare, dove tra uno sfolgorio di luci e di fiori l'Ostia, chiusa nel ciborio, celebra l'istituzione dell'Eucarestia, "u  S-bbulcr" (il Sepolcro) si diceva anticamente. 

Intanto sul sagrato della bella chiesa barocca si dà fuoco all'enorme catasta di legna, depositata, quale offerta votiva, dai contadini durante la Quaresima. Il falò si consumerà, riportando, con una chiara ricostruzione della scena, a Pietro, mentre fuori del pretorio rinnega il suo Signore.

Un drappo funebre di velluto nero a frangia dorata è stato esposto sulla parete centrale della piazza. Ha quattro lettere: P.D.N.I. (Passio Domini Nostri Jesu). Accanto un tamburo con lugubre cadenza  annuncia la condanna a morte.

 

 Le processioni

 

Al passaggio del primo crocifero il paese s'illumina del riverbero di ceri rossi. Ogni porta, ogni finestra esprime col guizzare di tante fiammelle la partecipazione delle case al mesto cerimoniale. Spenta la pubblica illuminazione, le strade, gli archi, i campanili antichi assumono toni ieratici, l'esaltazione dell'autentico.

Il plenilunio di marzo, spesso nel vento ed un correre di nuvole si affaccia nella sera del Venerdì.  La "Naca", il sarcofago del Cristo, abbandonato al breve sonno della morte, si muove nel silenzio interrotto dallo strascico delle catene degli ottantacinque crociferi e dal salmodiare delle pie donne in gramaglie, che fiancheggiano la lunghissima processione. "Naca" è una parola che nel gergo paesano indica la culla. La trasposizione dei significati è da ricondursi, prima di tutto, alla forma della bara tanto simile a quella della zana delle case contadine e poi all'andatura cullante dei portatori .

Il momento di più intensa suggestione si crea, certamente, quando appena qualche ora dopo, alle due di notte, l'Addolorata, portata ad altezza d'uomo, cerca il Figlio. La segue come un mare la folla dei fedeli. L'onore di accompagnare la Madre Dolorosa è concesso solo a trentatre crociferi, tanti quanti gli anni di Cristo.

La terza processione viene detta dei Misteri, perché rappresenta i personaggi e le tappe della Via Crucis: si snoda, solenne, nel primo pomeriggio del Sabato. E' la più faticosa, specialmente per i crociferi che, nelle lunghe soste, reggono la croce, senza poterla mai poggiare, tra le mani congiunte come in un atto di preghiera. Al rientro di queste statue nelle loro teche, gli altari, smesso il viola della Passione, accese le torciere, si preparano al Gloria.

 

 Le tradizioni culinarie

 

Che la Pasqua stia per venire in paese si percepisce attraverso sfumature impalpabili, ma reali: profumi, colori, luci, suoni.

Il caratteristico odore dei forni (alcuni sono rimasti a legna) si diffonde invitante nell'aria. E' preceduto da quello acuto "di  sp-nz-l  senza  tadd" (delle cipolle nuove senza bulbo), consumate a quintali. Le strade si animano nei primi giorni della Settimana Santa di un andare e venire "d  cazzarao-l" (di teglie a bordo basso) che contengono "il calzone", una pizza di cipolle soffritte, olive nere snocciolate, acciughe salate tra due strati di pasta che galleggia nell'olio di oliva. Questa la cena  di rito consumata in tutte le case la sera del Giovedì prima dei "Sepolcri".

Le uova, simbolo della vita, sono l'ingrediente base nella cucina, dopo l'astinenza quaresimale, prima osservata scrupolosamente.

Nel pranzo di Pasqua sono immancabili alcuni cibi: "u  b-n-ditt" (il benedetto), l'agnello cotto con un gustosissimo contorno di finocchio, battuto d'uovo e pecorino e poi "iao-v  ross".

Esiste nel mare che fu nojano, a Torre a Mare, un'erba profumatissima e dal forte potere colorante, "u  rei-t". Si fa bollire con le uova che, rassodandosi, si profumano e si colorano di uno splendido rosso pompeiano. S'intuisce facilmente il perché del nome "rito".

Si preparano poi i biscotti all'uovo d'ogni forma, d'ogni sapore, da quelli friabilissimi a quelli "sc-cattue-sc-t  e  sc l-pp-t", tanto gonfi da scoppiare, calati poi nel giulebbe.

Per i bambini, a forma di cavalluccio, di borsetta ecco  "i scarcedd", un impasto dorato, coperto di "anisini" su cui troneggiano uno o più uova sode.

Con le vetrine delle pasticcerie, colme di uova di cioccolato, forse, non ha più senso l'antica filastrocca:

"Pasqu,  vie-n  k-rrenn  ("Pasqua, vieni correndo

I uagnisk  vonn  chiangenn.  I bambini vanno piangendo.

Vonn  chiangenn  k  tutt  u  cao-r: Vanno piangendo con tutto il cuore:

Scarcedd  k  iao-v!  Scarcella con le uova!

Scarcedd  k  iao-v!"  Scarcella con le uova!")

N.B.: Le parole dialettali vanno divise da una tripla spaziatura.

Testo a cura di Rita Tagarelli - Marzo 1997 - Aprile 2004

 

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